Quanta ricchezza in questa povertà

favetta dei fratte rosa degustazione guidata da Sara Bracci abbinata al bianchello del metauro colli pesaresi e pergola

la favetta di Fratterosa da prodotto di un terreno povero a preziosa risorsa

Tutto ha inizio dalla terra e questa degustazione sulla fava o “favetta” di Fratte Rosa comincia proprio da qui: dal terreno che dà vita a questo prodotto.

Questa terra argillosa, secca, che sembra quasi incapace di far crescere, di farsi coltivare nasconde in sé una ricchezza infinita: questa povertà apparente è generatrice di preziose risorse e questo gli abitanti di Fratte Rosa lo sanno bene visto che hanno conservato intatto il legame con il loro “terroir”.

Volponi definì Fratte Rosa  tenera unghia collinare d’argilla  mentre per me Fratte Rosa appare a chi la visita o la incontra percorrendo una delle tante strade della poesia (come amava definirle Carlo Bo) incarnazione della sua maestria a mantenere intatto il suo rapporto con la propria materia, capacità di fare dei suoi prodotti, siano essi artigiani o agricoli personificazioni dell’armonia che scaturisce dal paesaggio, Fratte Rosa come cornucopia di fine argilla”.

argilla di fratte rosa dove nasce la favetta il lubaco usata anche per vasi e utensili alimentari e da ornamento

Cornucopia proprio come simbolo di fertilità, di rinascita di un prodotto, come la favetta, quasi ai più dimenticato che invece porta in sé secoli di tradizioni e di memorie.

Chi non ricorda quello che scrive Volponi nel libro “La strada per Roma” : nei lubachi ci può crescere solo la fava; o prendiamo il racconto di una signora tratto dal libro di Gianni Volpe che dice: Era una terra fredda, una terra che non serviva per piantare, fredda e cretosa, nessun aratro la poteva rendere morbida da permettere alle radici di penetrarla e affondare in essa, non ci si poteva piantare nulla”.

La signora Liliana aveva per lo più ragione riportando le parole di sua nonna  ma in qualcosa dobbiamo darle torto: qualcosa nei lubachi nasce e nasce bene.

La fava trova qui la sua massima espressione, perché il lubaco seppur avaro di quantità le garantisce un gusto fortemente saporito.

Tombari scrisse “la genialità e l’umorismo sono connaturati a chiunque attinge dalla propria terra. Per cui resta radicato dove Dio ti ha messo e i tuoi frutti oltre che genuini saranno sempre più saporiti”.

Sara Bracci con il sindaco alessandro Avaltroni nelle fasi della degustazione della favetta di fratte rosa abbinata al vini bianchello del metauro garofanata famoso Terracruda

Sara Bracci con il sindaco alessandro Avaltroni nelle fasi della degustazione della favetta di fratte rosa abbinata al vini bianchello del metauro garofanata famoso Terracruda

E questo è quello che è successo qui: un gruppo di agricoltori, per meglio sviluppare la conoscenza, la tutela e la commercializzazione della fava di Fratte Rosa ha fondato nel 2008 “L’associazione favetta di Fratte Rosa”: associazione che, grazie alla collaborazione con l’ASSAM ( Agenzia servizi settore agroalimentare delle Marche) e il dipartimento SAPROV ( Scienze Ambientali delle produzioni vegetali) della facoltà di Agraria dell’università politecnica delle Marche è riuscita a produrre uno specifico disciplinare, elaborato seguendo le linee guida del Marchio di Qualità Regionale QM; ma soprattutto questo gruppo di agricoltori , che rimane RADICATO in questo luogo, è riuscito nel recupero di varietà che per secoli sono state oggetto di cure da parte dell’uomo e disegnano la cultura enogastronomia di una società fondata sulla mezzadria.

La mezzadria, infatti, è stata per secoli la struttura agraria predominante dell’Italia centrale: si tratta di un sistema di conduzione della terra e di un contratto agrario fra un colono (contadino) e un conducente (padrone).

Questo patto privato tra contadino e padrone si basa sulla ripartizione al 50% del raccolto: dalla propria metà i contadini, come scrive Graziella Picchi: “-dovevano togliere il seme per la semina, la quota per il consumo familiare, il pagamento dei cottimi artigianali-”.

Il podere era un’azienda autosufficiente: portava avanti diversi tipi di colture come la vite, l’olivo, gli alberi da frutta, il grano, l’erba medica, i legumi tra cui la fava.

Il grano e la sua farina erano un bene principale per l’economia del podere e questo ha fatto si che l’alimentazione all’interno della famiglia contadina si basasse anche  sull’impiego di altre farine: tra le prime appunto quella di fava ma anche farina di ghianda, di sorbo etc.

preparazione dei Tacconi pasta fatta a mano con farina di favetta di fratte rosa

Dall’utilizzo della farina di fava nasce un piatto tipico della tradizione di Fratte Rosa: i taccon o sacconi sono un piatto della mensa quotidiana e prendono il loro nome dalla loro forma che assomiglia ai ritagli dei tacchi delle scarpe, anche perché Fratte Rosa oltre ad essere il paese dei pignattai era i paese dei calzolai.

Durante la degustazione si parlerà anche della storia della fava come alimento antichissimo e delle tante ricette che dal passato ci son state tramandate: testimonianze ci giungono fin dal mondo romano con Apicio passando per il medioevo e a maestro Martino.

Si parlerà dei proverbi legati a questo prodotto come finestre su di un mondo che non c’è più ma che non dobbiamo dimenticare per rimanere saldi e ancorati alle nostre radici.

Per questo giudico la Favetta di Fratte Rosa una preziosa risorsa perché oltre ad essere un alimento genuino per la nostra vita è un prodotto che ci racconta di noi, delle nostre usanze e della memoria storica che sempre più deve tornare ad essere radicata in noi.

Assaggiamo insieme la ricchezza di questa saporita terra: vi aspettiamo!!!!!!!

favetta di fratte rosa

O che bel Castello degustazione di Sara Bracci a Fratte Rosa 14/14 agosto 2010